La Sperada o Raggiera da Manzoni alla Marchesa Colombi

La Sperada o Raggiera da Manzoni alla Marchesa Colombi

23 Marzo 2022 Off Di Redazione
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Oggi raccontiamo la storia di un oggetto singolare, che dal Lago di Como arrivò nel Novarese…

Forse non tutti sanno che la Sperada o Raggera, l’acconciatura di Lucia nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, ha una storia molto lunga e complessa, che parte dall’età napoleonica, con gli studi antropologici del lombardo Giovanni Scopoli, e finisce nella Novara di fine Ottocento, con la Marchesa Colombi.

Le ricerche dell’inchiesta di Giovanni Scopoli nelle campagne lombarde, risalenti al 1811, hanno lasciato negli archivi per quello che riguarda il Dipartimento del Lario solo l’abito da moncecca, oltre a una “Filza di sei acquerelli su carta cilestrina (170 x 242)” del milanese Domenico Aspari “professore degli elementi di figura nella R.le Accademia di Brera, noto per una suggestiva serie d’incisioni sugli aspetti più caratteristici di Milano” per il Dipartimento dell’Olona.

Le sei tavole mostrano “Contadina di Fugino (Figino): Paesano dei contorni di Monza; Contadino della Brianza; Villana di Busto Piccolo; Il paesano di Ab(b)iategrasso; Una giovane contadina di Barlassina”.

La cosa che si nota di più nei disegni di Aspari è la Sperada brianzola, che cinge il capo della donna con le spadine che la compongono disposte a semicerchio intorno al capo, come raggi che la fanno assomigliare a una sorta di aureola.

Le contadine brianzole iniziavano a portare la Sperada quando uscivano dall’infanzia e smettevano di portare le trecce lunghe per incorniciare il viso, poi i genitori le regalavano il primo spillone su cui le lunghe trecce venivano puntate.

Questo spillone (sponton) era di metallo, lungo una ventina di centimetri e aveva alle estremità due grosse “olivelle”, dove venivano annodate le trecce che erano raccolte dietro la nuca, per indicare che la ragazza era in età da marito.

Nel momento in cui si fidanzava, il promesso sposo le donava, come regalo d’amore, un numero di spadini (spadit) o cucchiaini (cugialit) uguali all’ età della ragazza, poi integrati dal marito fino ad arrivare a un numero massimo 45/47 spadine.

Dal giorno del matrimonio poi, la donna, per evidenziare la sua nuova condizione, portava nel semicerchio di spadini, uno spadino più elaborato e sempre di foggia diversa.

Per completare la Sperada oltre allo spuntone e alle spadine, erano aggiunte da due a sei spadine con bellissimi disegni, traforate e cesellate, che si ottenevano colando argento fuso nelle forme impresse negli ossi di seppia. resistenti al calore, per un peso complessivo di circa 600 grammi d’argento.

Il metallo per la costruzione delle raggiere era di solito argento al 1000, oppure d’ottone argentato o di rame o d’altri metalli meno nobili, e solo alcune famiglie di nobili si facevano fare dall’orefice la Sperada d’oro.

L’acquerello dell’Aspari è la prima testimonianza della Sperada come parte integrante dell’abbigliamento popolare tradizionale, rendendolo inconfondibile sia a livello iconografico sia nell’immaginario collettivo.

Questo successo della Sperada è legato anche alla Lucia del Manzoni, che nell’ottavo capitolo de I Promessi sposi viene descritta cosi:

“I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese.”

Secondo la tradizione popolare, la Sperada scandiva i momenti più importanti delle giovani comasche, facendo capire alla società in cui esse vivevano quale fosse in quel momento la loro condizione, sociale, civile e, qualche volta, anche qualcosa sui rapporti familiari e sociali.

Non si sa ancora con precisione quando sia nato questo popolare oggetto di distinzione.

Al momento sembra appurato che venne usato nel diciannovesimo secolo e il suo progressivo disuso venne nell’ultimo decennio dell’Ottocento, dove era portata soltanto dalle balie e nei primi decenni del Novecento finì di essere indossata anche nelle valli, anche se altre fonti fanno supporre che fosse già usata nel XII secolo, sotto i Visconti.

Molti sostengono che la Sperada potrebbe essere una forma di ornamento da testa già diffuso in diverse parti d’Europa a partire dal XVII secolo, quando la Lombardia era sotto la dominazione spagnola, che riproponeva la donna sotto un’immagine santificata.

Le testimonianze figurative dimostrano che la Sperada era molto usata nella società contadina, come dimostravano le raffigurazioni dell’Ottocento che la accompagnano a figure di donne impegnate in attività quotidiane, come la mungitura, il lavoro in filanda, il baliatico.

Per le dame della borghesia e della nobiltà la Sperada era invece un elemento decorativo di sapore folkloristico, come nel caso di Carlotta d’Asburgo, moglie di Massimiliano, Viceré del Messico e cognata dell’imperatore Francesco Giuseppe, che la indossò in una tela conservata ed esposta nel Castello triestino di Miramare.

Il rito della “montatura” della Sperada era molto complicato e necessitava di aiuto da parte delle anziane di casa o delle pettinatrici a pagamento.

Anche nel novarese la Sperada era molto diffusa, come dimostra il romanzo In risaia della Marchesa Colombi, analisi della dura vita dei campi nell’Ottocento.

Marchesa Colombi era lo pseudonimo di Maria Antonietta Torriani, nata a Novara nel 1840, moglie di Eugenio Torelli Violler, fondatore e primo direttore del Corriere della Sera, che lavorò a giornali e riviste, come critica, esperta di moda, buone maniere e opinionista, oltre ad essere una prolifica scrittrice di racconti e romanzi per l’infanzia.

La vicenda di In risaia è ambientata nella provincia di Novara e nella storia della vita di Nanna, una giovane contadina della zona, analizza il valore della Sperada dal punto di vista psicologico, sociale ed economico che gli argenti da testa rivestivano nella società contadina del tempo.

“Dicevo che la Nanna ha diciassette anni a momenti, e bisognerà comperarle gli spilloni d’argento. Questo carnevale potrebbe andare a marito; ma, se non ha l’argento in capo, nessun giovine si presenterà” dice Maddalena, la madre della Nanna, alla presenza della figlia, del marito Martino e di Pietro, il figlio di quattordici anni, desiderosa di vedere la Sperada sulla testa della figlia adolescente.

Ma nulla andrà secondo i piani e alla fine la Nanna perderà completamente i capelli e non potrà più indossare la Sperada, e nessun ragazzo la vorrà come moglie.

La Sperada è vista come “l’armatura di cui si rivestono le fanciulle delle nostre campagne per entrare nella lizza amorosa” come gli uccelli che, nella stagione degli amori, si coprono di nuove e splendide penne.

La Marchesa Colombi, con In risaia, documenta bene la realtà di miseria e di sfruttamento in cui viveva il mondo contadino dell’Ottocento, come fa capire il difficile rapporto della Nanna con il suo destino mancato di moglie e di madre.

E la Sperada è il miglior oggetto del desiderio per cui si vive il sogno di essere una fidanzata, una moglie e una buona madre.

Paola Montonati

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